Decido di fare silenzio dentro di me,
svuotandomi del turbinìo di emozioni che mi pervadono,
dicendo loro di trovare loco per un po'.
Poi dal silenzio comincia una musica
che mi fa vibrare l'anima
come una corda pizzicata
dalle dita sapienti del suo chitarrista.
Fuori stanno suonando le campane,
il ricordo del ritmo di un tempo antico.
Voglio credere in un mondo diverso,
ridere in faccia alle convenzioni sociali
e al loro armarsi di parole vuote
ripiene di falsità.
Voglio dimenticare.
Faccio una doccia per spegnere la rabbia,
oltre all'acqua lascio che mi scivolino addosso
i brutti ricordi, ho già sprecato troppo tempo
tentando invano di risanarli.
Inutile voler spiegare l'insensato,
futile voler buttare giù un muro ben costruito.
A chi l'ha erto piace giocare a nascondino,
anche quando la conta è finita da un pezzo.
A me non resta che voltarmi e andarmene,
tornare sui miei passi fino a ritrovare
la mia strada lasciata a metà.
Il ritorno lenisce le ferite passate,
di loro restano ormai soltanto
cicatrici che col tempo sbiadiranno.
Comincio a riprendere possesso della mia identità,
a bonificare le paludi della mia esistenza.
Finalmente.